RIDERS & SICUREZZA
La sicurezza sul lavoro non può correre più veloce delle persone
Ci sono lavori che, più di altri, raccontano il cambiamento del nostro tempo. Il lavoro dei rider è uno di questi. È nato dentro un modello rapido, digitale, apparentemente semplice: un ordine, una consegna, un tragitto da percorrere nel minor tempo possibile. Ma dietro questa semplicità si nasconde una domanda molto più profonda: quanto vale davvero la sicurezza di chi lavora?
Quando parliamo di sicurezza sul lavoro siamo abituati a pensare a cantieri, fabbriche, magazzini, impianti industriali o ambienti produttivi complessi. Eppure la sicurezza riguarda anche chi attraversa ogni giorno le strade delle nostre città in bicicletta, in scooter o con altri mezzi, spesso sotto pressione, spesso con tempi stretti, spesso esposto a rischi che non sempre vengono percepiti come veri rischi professionali.
Il tema dei rider ci obbliga a guardare la sicurezza da una prospettiva nuova. Non basta chiedere al singolo lavoratore di essere prudente, di rispettare il codice della strada, di non correre, di proteggersi. La responsabilità individuale è importante, ma non può essere l’unico pilastro. Se un’organizzazione del lavoro premia la velocità, se i tempi di consegna sono troppo compressi, se la retribuzione o la valutazione della prestazione spingono indirettamente a ridurre l’attenzione, allora il rischio non nasce solo dal comportamento del singolo: nasce dal sistema.
È qui che la sicurezza smette di essere una procedura e diventa cultura. Una cultura della sicurezza vera non si limita a intervenire dopo un incidente o a ricordare le regole quando qualcosa va storto. Una cultura della sicurezza si costruisce prima, progettando modelli di lavoro sostenibili, tempi realistici, strumenti adeguati, formazione, informazione e condizioni che non mettano le persone davanti a una scelta sbagliata: lavorare in sicurezza o lavorare abbastanza velocemente.
Nel caso dei rider, il tema è ancora più delicato perché il luogo di lavoro coincide con lo spazio pubblico. La strada diventa ufficio, magazzino, reparto produttivo e corridoio di passaggio. Ma la strada è anche un ambiente imprevedibile: traffico, meteo, buche, attraversamenti, veicoli, pedoni, distrazioni. Per questo non possiamo considerare questi lavoratori come figure “esterne” ai normali ragionamenti sulla prevenzione. Sono lavoratori a tutti gli effetti e, come tali, devono essere messi nelle condizioni di operare con dignità, tutela e consapevolezza.
La sicurezza non può essere scaricata esclusivamente sulle spalle di chi consegna. Deve coinvolgere le piattaforme, le istituzioni, le aziende, i cittadini e l’intero ecosistema urbano. Servono regole chiare, ma anche controlli, ascolto e percorsi condivisi. Servono mezzi sicuri, dispositivi adeguati, formazione specifica e soprattutto un’organizzazione che non trasformi la fretta in un requisito implicito del lavoro.
Questo punto è fondamentale: la fretta non deve diventare un indicatore di efficienza. In molti settori abbiamo imparato, spesso a caro prezzo, che velocità e produttività non possono essere separate dalla prevenzione. Lo stesso principio deve valere anche per le nuove forme di lavoro. Un servizio rapido non può fondarsi su lavoratori esposti a rischi maggiori. Un modello innovativo non può dirsi davvero moderno se non mette al centro la tutela delle persone.
La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: portare la cultura della prevenzione anche nei lavori più frammentati, mobili, digitali e difficili da inquadrare. Non solo dove il rischio è evidente, ma anche dove rischia di diventare invisibile perché nascosto dietro un’app, una consegna, una notifica o un tragitto di pochi minuti.
La sicurezza non è un ostacolo alla modernità. È la condizione perché la modernità sia davvero umana. E quando un lavoratore viene messo nelle condizioni di non dover correre per forza, di non dover scegliere tra prudenza e reddito, di non dover affrontare da solo i rischi del proprio lavoro, allora non stiamo solo proteggendo una persona: stiamo costruendo una società più giusta, più responsabile e più consapevole.
Perché il lavoro può cambiare forma, velocità e strumenti. Ma la sicurezza deve restare sempre il punto da cui partire.
Fonte La Repubblica



